AnalisiArchivio newsIndici&AzioniMercato Azionario ItaliaNewsStrategie

Capitale di rischio: maggiore crescita verso l’equità

L’incontro presso la sede del Senato, palazzo Madama, dal titolo “Tutela e tassazione del risparmio” è coinciso con il triste giorno della perdita di Ennio Doris, uomo eccezionale  ed imprenditore visionario. Il doveroso minuto di silenzio è stato poi seguito da alcune curiosità narrate dai partecipanti alla tavola rotonda: Emerick De Narda è intervenuto ricordando come il mitico bastone della pubblicità  della “banca intorno a te” è custodito stile reliquia nella sede di Class Cnbc a Milano; l’Onorevole Giacomini ha raccontato come all’epoca del Ministro Marzano quest’ultimo, riferendosi ad un incontro di fine anni 90 in cui Doris riferiva di voler proporre a Banca D’Italia un modello di banca online, avesse detto “o è un folle o è un visionario!” La teoria esposta nl mio intervento “Capitale di rischio: maggiore crescita verso l’equità” è fondata sull’idea che, per abbassare l’aliquota delle tasse, sia necessario aumentare le entrate spingendo esclusivamente la crescita con un conseguente aumento del tasso di crescita del pil e dei salari. L’intervento al Senato, come relatore al seminario “Tutela e tassazione del risparmio”,  si è diviso in tre momenti:

  1. Il macigno della crescita: perché il debito pubblico non deve fare paura
  2. L’importanza del capitale di rischio
  3. Interventi vigenti nella giusta direzione e proposte ulteriori

L’Italia sta pagando caro i debiti fatti negli anni ’80 a causa delle spese improduttive ed insostenibili nel lungo periodo dell’epoca ma, dal 1995, siamo diventati frugali come la Germania. Negli anni ’70, dopo la fine del gold standard, i debiti pubblici sono cresciuti e da lì venne l’esigenza del divorzio tra politica monetaria e fiscale per dare maggiore credibilità all’operato delle banche centrali mondiali. In Italia, grazie alla spinta del boom economico degli anni 60, vennero iniziate politiche aggressive di welfare e nuove politiche di bilancio con l’istituzionalizzazione delle regioni. Passiamo alle prove

Il rapporto “fabbisogno cumulato ultimi 12 mesi/ Debito medio ultimi 12 mesi”  evidenzia come negli anni ’80 si arrivò a quasi il 25% mentre dal 1996 si è scesi sotto il livello soglia del 5% (valore che le agenzie di rating dovrebbero monitorare). Con il covid si è superato tale livello ma ad oggi sta rientrando

Le entrate fiscali cumulate degli ultimi 12 mesi sono tornate ai livelli precedenti al covid, mentre con la crisi Lehman ci vollero circa 8 anni: lo stato italiano incassa tanto, il problema sono le spese improduttive. Il fabbisogno cumulato degli ultimi 12 mesi (zona rossa) ha toccato valori record con il covid ma negli anni ’80 raggiunse punte di copertura delle entrate addirittura del 70%. Il livello di attenzione, che dovrebbero monitorare le agenzie di rating, è del 20%.

Come si è evoluto il debito delle pubbliche amministrazioni italiane dai primi del ‘900 ad oggi? Attualmente i titoli (btp, bot, cct, ctz) pesano per circa l’84% di tutto il debito pubblico (come nel periodo pre bellico), mentre il risparmio postale dal top di oltre il il 30% degli anni ’60 è sceso a valori sotto il 5%. Sarà fondamentale tornare al risparmio postale per 2 motivi: 1) non essendo quotato non è stressato dallo spread 2) è l’ideale per impegnare i soldi e investirli nel lungo periodo senza avere la tentazione di disinvestire. Si potrebbe usare la raccolta di il risparmio postale per a) coprire parte del cash gap  dovuto demografico dell’Inps b) incentivare la sottoscrizione di pir, per i giovani (magari con l’aiuto dei risparmi di genitori e nonni) sempre per fini pensionistici, su strumenti equity non quotati per dare linfa vitale alle pmi italiane più virtuose e riportarle all’equilibrio patrimoniale nel medio periodo.

Come si fa ad affermare che siamo virtuosi come la Germania? Semplice: il rapporto debito/pil nel periodo 1995/2022 è salito del +31% come per i tedeschi. Certo avremmo dovuto imitare il Belgio che aveva un rapporto maggiore del nostro ed è diminuito lentamente nel tempo; il top l’Olanda che da un valore già basso è sceso ancora. Questo dato conferma il trend visto sui grafici precedenti.

Ovviamente nel considerare il rapporto debito/pil non si può non considerare l’importanza della Bce che, con il covid, ha consentito allo stato italiano di superare il precedente record di emissioni nette cumulate negli ultimi 12 mesi registrate  a seguito dell’attacco speculativo alla lira del 1992 (sostenuto dall’aiuto dell’epoca della Banca D’Italia). La Bce è una garanzia sulla tenuta del debito pubblico italiano, non tanto per solidarietà ma quanto per il rischio che un  default/ristrutturazione su parte del debito pubblico italiano possa creare un “effetto domino” su tutti i debiti pubblici europei, rimettendo in discussione i Trattati europei.

Dal 1995 siamo più virtuosi sul debito ma pessimi sulla crescita. In che senso? La differenza tra tasso di crescita del pil e rendimento dei titoli di stato in Italia è stato sempre negativo dal 1995 al 2017 (ad eccezione del 2000), così il rapporto debito/pil può solo che salire. La Germania era come noi fino al 2010, la crisi dei PIIGS l’ha avvantaggiata, gli americani sono quelli messi meglio in assoluto, ma si sapeva.

Il trend di crescita lenta e minore dei partner europei è evidente: con il covid il pil adeguato ai prezzi è tornato ai livelli del 1998 mentre la Germania (correlata con noi fino a Lehman) ed area euro viaggiano in zona 130 ed Us 150.

Non a caso il peso del pil italiano sul totale europeo è sceso dal 18,5% a meno del 15%.

Quando il rapporto debito/pil è sceso in Italia? Dal 1995 al 2007, quando il rapporto “capitalizzazione di Borsa/Pil” saliva e si posizionava stabilmente sopra il 40% dal 1999, per poi tornare sotto tale valore soglia importantissimo nel 2008 quando il rapporto debito/pil è tornato a crescere. La Borsa è linfa per l’economia reale, porta maggiori entrate allo stato.

Il problema non è la quantità del debito, ma la qualità del debito improduttivo che fa aumentare il debito totale, non crescendo il pil più velocemente. Urge agire sull’incentivazione della crescita ed eliminare elementi che la ostacolano (tobin tax). Come? Aumentando la produttività con incentivi fiscali per investimenti pubblici ma soprattutto  privati (risparmio italiani), vedi il modello svedese con importanti aiuti pubblici alle famiglie (welfare)ma anche con una capitalizzazione di Borsa su pil di oltre il 100%. Ne gioverebbe di riflesso anche il reddito da lavoro se si  sfruttassero il progresso tecnologico e le politiche di formazione del capitale umano. L’Italia è l’unico Paese ad avere una variazione salariale negativa negli ultimi 30 anni. I sindacati, per garantire i diritti dei lavoratori, sono stati forse ciechi davanti all’evoluzione della globalizzazione (vedi ingresso Cina in Wto) e del progresso  tecnologico, quindi di una necessaria crescita della produttività nel tempo che oggi è la grande assenza nell’economia italiana. La Francia è invece riuscita a far aumentare i salari di circa un 1% annuo, anche se l’economia privata transalpina è molto indebitata.

Un altro dato interessante per le agenzie di rating è il debito a scadenza nei prossimi 12 mesi. La soglia di emergenza è 350 mld, l’importante è non superare i 375 mld di euro, livello sfiorato nel 2002. Per fine novembre dovremmo rientrare sotto soglia 350 mld, sempre sopra la media degli ultimi 21 anni di 314 mld (zona arancione), anche se nel 2017/2018 e a inizio 2020 abbiamo registrati valori inferiori alla media storica (zona verde). Mettendo base 100 = 1999 il valore da monitorare, per le agenzie di rating, sarebbe quello  di 140, top già toccato in passato.

Quali sono gli interventi vigenti che vanno nella giusta direzione?

  1. I pir
  2. Proposta Iachino
  3. Ace

I pir, ottimo strumento per le pmi quotate, dovrebbero essere estesi per le non quotate (private equity); la proposta Iachino consiste in un modello di “lavoratore azionista” mai decollato in Italia, molto meglio ha fatto la Francia. L’Ace, l’Aiuto alla Crescita Economica per le imprese che favoriscono il ricorso al capitale di rischio, andrebbe rafforzata negli incentivi.

Quali proposte?

  1. Per far ripartire l’economia italiana, abbassando il rapporto debito/pil, non c’è bisogno di alzare le tasse o sottoscrivere i btp (lo fanno già Bce, banche, assicurazioni e fondi comuni) ma è necessario incentivare la crescita del pil indirettamente con incentivi fiscali ed amministrativi per favorire il ricorso al capitale di rischio, soprattutto privato (non quotato)
  2. Considerando che il nostro indice azionario principale Ftsemib avrebbe un valore doppio se si reinvestissero i dividendi (indice total return), sarebbe il caso di creare meccanismi di incentivo che rimpieghino in automatico i lauti dividendi incassati dai risparmiatori per investirli in capitale di rischio non quotato. Invece ad oggi i dividendi vanno ad alimentare la già alta liquidità presente sui conti correnti senza essere reinvestiti. Stesso discorso, in termini ridotti, si potrebbe fare per una piccolissima parte della liquidità giacente sui conti correnti delle famiglie italiane.
  3. Sviluppare la tecnologia DLT, una specie di valore mobiliare rappresentato da token digitali, dove anche Visco ha asserito “la Dlt può portare all’introduzione di nuovi prodotti e servizi, generare ulteriori flussi di reddito”. Un domani potremo diventare azionisti o finanziatori dell’attività sotto casa tramite un app sul cellulare, ricevendo in cambio magari dei flussi di cassa mensili dati dal business. Ovviamente ci vorrebbe, oltre ad una certezza e rigidità della contabilità dell’attività, un sistema fiscale con versamenti mensili all’agenzia delle entrate, il resto si divide tra i proprietari dei token oppure si reinveste nell’azienda
  4. Aumentare il risparmio postale (non quotato) sia per raccogliere debito pubblico che investire in pir su pmi non quotate con obiettivi di lungo periodo (min 5 anni fino a 15/30 anni)
  5. Incentivare l’ACE con ulteriori agevolazioni per chi utilizzasse la raccolta dei capitali per investire in tecnologia, formazione dei lavoratori, progetti esg compliance, progetti per l’inserimento dei giovani nel lavoro superando il gender gap
  6. Incentivare meccanismi di aumento salariale indicizzato ai risultati aziendali (Iachino)

 

Attenzione alla tassazione delle multinazionali, si rischia il flop, come descritto dall’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani di Cottarelli: “A ottobre è stato definito un nuovo accordo in sede OCSE che rende più chiara l’intesa raggiunta a luglio riguardo al nuovo sistema a due pilastri di tassazione delle multinazionali. Per l’Italia il gettito aggiuntivo derivante dall’accordo potrebbe essere di oltre 3 miliardi di euro l’anno. Tuttavia, il beneficio per i conti pubblici potrebbe essere più basso (intorno ai 2,5 miliardi), in parte perché il gettito che deriverebbe dal primo pilastro sarebbe ridotto dal minor gettito dovuto all’abolizione della digital tax prevista dall’accordo, in parte perché quello del secondo pilastro verrebbe ridotto dal minore trasferimento di dividendi dalle multinazionali italiane che operano all’estero. Queste stime sono però soggette a un ampio margine di errore.” Attenzione al “rischio Amazon”: per incassare le tasse si rischia di distruggere l’indotto e avere costi sociali dovuti ai licenziamenti. Il risultato finale sarebbe che Amazon potrebbe aumentare i prezzi, vendere meno e quindi lo stato italiano incasserebbe meno di prima. Le grandi società leader generalmente o hanno pochi prodotti ad alto prezzo (es.: lusso con Ferrari) oppure hanno alti volumi a bassi prezzi come Amazon e quindi un margine sul fatturato del 5% circa: su una vendita di 100 il 95% va a remunerare la filiera, i lavoratori e lo stato, la rimanenza va nelle tasche della società (non degli azionisti visto che non distribuisce dividendi ma punta a reinvestirli per creare ulteriore valore per la società). Si sta cercando di aggredire il 5% che va agli azionisti per mettere in pericolo il 95% che va a remunerare tuta la filiera, assurdo!

Riassumendo: togliere la tobin tax e favorire la crescita del pil per una rinascita italiana da leader in Europa

Guido Gennaccari

info@tradingroomroma.it

per scaricare le slides: https://www.linkedin.com/posts/guido-gennaccari-b4649983_tutela-e-tassazione-del-risparmio-activity-6870022024920608768-_ZtU