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Draghi: Italia lascia euro se banche pagano 20% Pil

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Il 2017 rappresenta l’anno delle elezioni europee con pericoli forti di populismi. La Bce, nella persona di Draghi, per evitare ipotetici ripensamenti della popolazione stile Brexit, utilizza al massimo la propria “Moral Suasion” indicando il costo dell’uscita dall’Euro per ogni stato membro identificandolo con il saldo del Target2, ossia il debito (credito) accumulato dal sistema bancario di uno Stato verso il resto dell’area Euro; sarebbe il primo costo cash certo, gli altri a cascata da valutare attentamente.

target2-bis

Per l’Italia corrisponderebbe alla restituzione al “sistema” bancario europeo di 358,6 miliardi, pari al 20% del Pil nazionale, con ritorno alla Lira svalutatissima e con tassi di interesse sul debito a due cifre. La svalutazione porterebbe probabili benefici macroeconomici nel medio lungo periodo ma, nel breve periodo, l’aumento dei tassi di interesse avrebbe ripercussioni gravi sul rifinanziamento del debito: “nel lungo periodo saremo tutti morti” asseriva Keynes; continuando invece con la situazione attuale il target2 determinerebbe ulteriori disuguaglianze interne all’Europa che porterebbero ad un lento suicidio economico finanziario di alcuni paesi del Club-Med più Irlanda (in Italia il target2 ha segnato il debito massimo storico superando i livelli di fine 2011). Conviene soffrire subito uscendo dall’euro, con il rischio di non farcela, per uscire forse dal guado nel medio-lungo periodo oppure continuare nel lento stillicidio suicida italico? Trovandosi davanti al bivio che porta comunque alla morte è sicuramente meglio andare fuori strada: superare le rigidità europee, cambiare i parametri, per esempio ipotizzando due zone euro: “Euro-nord” ed “Euro-Med” con flessibilità del cambio per arrivare nel lungo periodo alla convergenza fiscale e monetaria (dopo quella bancaria in corso). Va però ben tenuto a mente che:

  1. Pil: dipende da variabili esterne (cambi e fisco agevolato) ma soprattutto da parametri interni (burocrazia, produttività, efficienza, investimenti, tassazione). Siamo noi italiani a determinarne le sorti
  2. Debito Pubblico: abbiamo il terzo debito mondiale, lo Stato si finanzia anche tramite emissione di titoli e quindi l’andamento dei tassi di interesse è fondamentale, quanto la famosa “spending review” che non porta voti. Il nostro Paese vive un paradosso bicefalo: da una parte prende dal sistema bancario europeo e dall’altra versa contributi alla causa europea   
  3. Le banche italiane, grazie al QE della Bce, detengono titoli di stato italiani garantendone tassi bassi di interesse; le stesse banche stanno risolvendo i profondi problemi patrimoniali grazie al rendimento dei btp in portafoglio rispetto ai prestiti della Bce, grazie alle ricapitalizzazioni ed alle razionalizzazioni dei costi (licenziamenti e vendita immobili) finendo con le fusioni-aggregazioni. La possibilità dell’intervento statale è un’occasione unica, che deve cancellare l’orgoglio e la paura italica di accedere ai finanziamenti pubblici, per dare una piccola speranza al sistema finanziario interno di sopravvivere senza essere fagogitato da grandi gruppi esteri, magari americani.           

Mario Draghi ormai ha scoperto le carte: se a seguito dei vari QE i Governi dei vari paesi non si verranno incontro per stimolare la crescita con uno spirito solidale maggiore e utilizzando una flessibilità mentale e finanziaria maggiore, allora la via d’uscita c’è, ma saranno dolori per tutti i paesi membri senza alcuna eccezione, una sconfitta collettiva che porterà forti squilibri e crisi nel breve periodo e qualche vincitore nel medio-lungo periodo forse. E’ l’ora degli Stati Uniti d’Europa.

Guido Gennaccari

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