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Le Banche Centrali e l’impotenza sul target di inflazione

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Il Governatore della Banca Centrale Australiana mette, nero su bianco, a nudo l’efficacia previsionale delle banche centrali sui vari target di inflazione. La moral suasion su Mr Market non ha mai funzionato, i dati sono chiari. Dal 2010 al 2019 la volatilità dagli obiettivi di prezzo dei banchieri è stata elevata e soprattutto sottostimata: da -2% a +0,5%.

L’inflazione ovviamente è legata anche al tasso di crescita del pil nominale, quindi se ad alte inflazioni corrispondono alte crescite del pil la perdita di potere di crescita è attenuata se non azzerata (pil reale maggiore di zero); ovviamente va considerato anche il tasso di interesse medio al quale lo stato si indebita: se minore del tasso di crescita del pil reale allora l’economia è in espansione ed il rapporto debito/pil destinato a scendere, altrimenti si rischia una crescita del rapporto e crisi che potrebbero sfociare in casi estremi di stagflazione.

Con il covid si inizia a mettere in discussione la moral suasion delle banche centrali mondiali su mr. Market. Possibile che l’inflazione prevista nel 2022 da tutte le banche centrali sia sotto il 3% ma gli operatori sui mercati finanziari non ci credano? Solo nel 2022 si saprà chi ha avuto ragione.

Ma le previsioni degli operatori sui mercati finanziari sull’inflazione, così come quelle sul rapporto debito/pil, spesso sono errate e i target finali non convergono mai con la realtà, per lo meno dal 2004 al 2020.

L’inflazione, intesa come aspettativa, è ormai paragonabile ad una anguilla che sfugge dalle mani e va bloccata all’interno di una rete, un corridoio di tassi (uno top e l’altro bottom), che costringerà le banche centrali ad essere sempre più flessibili e dinamiche negli obiettivi indicando dei range di target, ma questo è già palese nel continuo interventismo ormai giornaliero ideale per smussare quanto asserito il girono precedente.  Don’t fight the central bank and remember “Trust is speed”!

Guido Gennaccari

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