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L’indicatore di solvibilità del debito pubblico italiano

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La pandemia ha portato il debito pubblico italiano al record di oltre 2.600 mld di euro, con un rapporto sul pil di quasi il 160%. Dalla crisi dei mutui subprime, che portò al fallimento di Lehman Brothers nel 2008, le banche centrali di tutto il mondo hanno espanso i propri asset su livelli attuali record, tornando ai valori di debito interno detenuto pari a quello degli anni ’70 quando si scelse in tutto il mondo l’indipendenza della politica monetaria da quella fiscale dei governi (Divorzio Tesoro-Banca D’Italia del 1981). Questa monetizzazione di fatto, il congelamento del debito pubblico nel bilancio della banca centrale, insieme ai rendimenti governativi a livelli addirittura negativi con masse di liquidità record grazie alle politiche monetarie espansive degli ultimi 11 anni, hanno portato una precaria tranquillità sul mercato del debito pubblico. Questo atteggiamento pericoloso delle banche centrali di comprare tempo pone un grave problema di azzardo morale visto che i debiti, pubblici e privati, sono lievitati e anche la duration è salita molto: un’escursione dei tassi improvvisa e soprattutto intensa potrebbe portare un effetto domino con il sell off sul mercato dei bond e a cascata su quello equity. Dal famoso Divorzio l’Italia, che emetteva debito pubblico collocandolo per la quasi totalità internamente presso i cittadini (non c’erano i fondi comuni di investimento) e soprattutto a breve scadenza, inizia a finanziarsi sul mercato a lungo termine e quindi è obbligata a dover dare un “premio” (asta marginale) ai sottoscrittori del debito che si sono sostituiti al Tesoro. Una conferma preziosa è data dal trend del fabbisogno pubblico degli ultimi dodici mesi: negli anni ’80 era inferiore a 20 mld di euro, arriverà a quota 100 nell’ottobre del 1994 a seguito della svalutazione della lira; il valore di 100 mld lo abbiamo superato con la pandemia (nel 2009 top a 85 mld, nel 2013 si è arrivati a 94 mld). Negli anni migliori l’Italia è tronata vicino zona 20 come nel 2000, 2008, 20202. Fabbisogno record dai tempi del Divorzio Tesoro-Banca D’italia, dovremmo preoccuparci? Se non consideriamo che il debito/pil negli anni 80 era al 60% non possiamo fare i giusti confronti puntuali, coerenti e attendibili, dobbiamo ricorrere ad un altro indicatore. Quale?  Un semplice rapporto tra fabbisogno degli ultimi 12 mesi e debito pubblico nominale medio degli ultimi 12 mesi. Cosa emerge?

I primi anni del Divorzio il fabbisogno, ossia le risorse finanziarie necessarie nell’anno da raccogliere sul mercato considerando insufficienti le risorse date dalla differenza entrate-uscite dello stato, rappresentavano oltre il 20% del debito pubblico medio nominale degli ultimi dodici mesi. Con la pandemia siamo al 6,35% oltre la “soglia di attenzione” (trigger level) del 5%, ma lontanissimo dai livelli degli anni ’80-’90. Destino beffardo: nel febbraio 2020 avevamo raggiunto il livello più basso a 1,06%. In definitiva siamo sopra la soglia del 5% che è un indicatore di precarietà ma non di emergenza come negli anni ’80 con valori sopra il 20%, siamo tornati ai livelli del periodo della “tassa per l’Europa” di fine anni ’90 (ma oggi siamo in piena pandemia, anche se il peggio deve forse ancora venire). E’ bene che questi grafici li osservino le agenzie di rating.

Guido Gennaccari

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