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Nasdaq al pericoloso test della volatilità

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I prezzi sui mercati sono la sintesi dell’incrocio tra domanda e offerta e relativa liquidità: se le masse di cash sono maggiori per i compratori si sale, in caso contrario si scende. Sarebbe quindi opportuno dare importanza anche ai volumi e alla volatilità, le due componenti che accompagnano i prezzi. Di seguito una metodologia:

  • Si prende l’escursione massima di prezzo rispetto al valore di apertura, time frame mensile, la si moltiplica per il volumi negoziati nel mese
  • Si prende il valore al punto 1) e lo si moltiplica per il rendimento del mese (dividendo il tutto per 10 per rappresentarlo meglio in scala grafica)

L’analisi offre spunti interessanti. L’escursione pesata per i volumi è stata maggiore a febbraio 2020 rispetto a quella dei subprime, mentre aggiungendo anche l’intensità della discesa il bottom massimo si è registrato nel 2008. Il rimbalzo di marzo 2020 anche è stato un top record, valore che non superava la soglia critica (linea verde) che aveva rotto solo il mese di settembre 2002 quando iniziò il rally rialzista post bolla dot.com. Il Nasdaq è comunque dall’ottobre del 2018 che registra una situazione di alta volatilità accompagnata da volumi. Nel 2022 si sono registrati 2 mesi di volatilità e volumi negativi (gennaio ed aprile) quasi ai livelli covid. Da novembre, quando si è capito che la Fed avrebbe effettivamente alzato i tassi nel 2022, l’unico mese positivo è stato dovuto al rimbalzo di gennaio, considerando che a fine maggio l’indice abbia recuperato terreno. Cosa aspettarsi? Forse il peggio ancora non è passato e la volatilità rimarrà alta per trovare un bottom occasione di acquisto: il ritorno costante sotto la linea gialla potrebbe essere il pattern di ritorno ad una tranquillità per un nuovo rally rialzista, ma sembra essere ancora presto.

Applicando i medesimi ragionamenti sugli altri indici, cosa emerge? Per semplicità è bene fondere i grafici in una sola rappresentanza. Nel caso italiano emerge tutta la gravità del covid sulla discesa del Ftsemib, non scordiamoci che siamo stati i primi come paese europeo a combattere la pandemia, maggiore delle discese del 2008 e del 2011. Unica consolazione il rimbalzo record a novembre 2020 dopo l’annuncio della disponibilità dei vaccini.

L’indice americano SP500 invece ha registrato il peggio con i subprime e, attualmente, i livelli pericolosi (linea gialla) sembrano più lontani rispetto alla situazione dell’indice tecnologico americano

Per il Dax la situazione covid è stata simile al 2011 ma meno grave del 2008. La discesa relativa all’invasione dell’Ucraina è stata in parte recuperata e per ora non sembra destare grandi preoccupazioni (sicuramente meno dell’ inflazione e rischio stagflazione).

Il Giappone è simile al Nasdaq: maggiore escursione di volatilità/volumi con il covid ma per intensità è stata peggiore la crisi Lehman.

L’Hang Seng ha registrato a maggio una escursione volatilità/volumi simile a quella del covid di marzo 2020, ma il rendimento negativo è stato contenuto. Sicuramente il peggio l’indice lo ha visto nel 2008 quando c’erano meno volumi e maggiore volatilità da rendimenti negativi. Curiosità: l’indice non vede rimbalzi mensili positivi degni di nota da aprile 2015.